Pietro Trifone
Malalingua. L'italiano scorretto da Dante a oggi
Bologna, Il Mulino, 2007
Questo libro rovista nella « pattumiera » della lingua italiana: dal Dante più scorretto al Verga più anomalo; dalle storpiature dei comici come Totò agli strafalcioni degli studenti, ma anche di uno scrittore come Svevo; dalle bizzarrie del linguaggio giovanile agli anglicismi e alle frasi fatte dei gerghi aziendali e mediatici. Come accade per tutte le cose, anche gli errori linguistici non sono più quelli di una volta. In passato i problemi nascevano dalla distanza tra la lingua parlata (il dialetto) e la lingua scritta (l'italiano), ma per chi è nato dopo gli anni Sessanta il rischio è quello opposto, di appiattire troppo lo scritto sul parlato. Sono cambiate le condizioni, eppure ieri come oggi, chi più chi meno, siamo tutti esposti al rischio della figuraccia, abbiamo tutti qualcosa da farci perdonare, una virgola, un accento, un suono, una desinenza, una parola, un costrutto. Tuttavia questo non è il solito libro contro la bistrattata « malalingua »: tende semmai a riabilitarne alcuni aspetti, non certo le espressioni omologate, e tanto meno l'inglesorum, ma i sani condimenti popolari e regionali che insaporiscono il nostro idioma mediterraneo.
« Come redarre un testo fico e very cool ».
Si sta diffondendo una specie di nuovo italiano « tecnopop », caratterizzato dalla mescolanza di forme popolari (redarre per redigere) e gergali (fico) con tecnicismi e anglicismi (cool per alla moda). Questo libro non ha la pretesa di curare patologie linguistiche così avanzate, ma può aiutare le persone sane a riconoscere i sintomi della « malalingua » e a sfuggire al contagio.
Transigere e transare.
Meglio transigere come consigliano molti autorevoli repertori o transare come scrive Umberto Eco? È legittimo avere qualche incertezza, perché la forma transare può essere giudicata una semplificazione popolare di transigere, sul genere di redarre per redigere, oppure una variante di transigere diffusa nel linguaggio giuridico-amministrativo. Il verbo transare è compreso fra i cento errori più frequenti dell'italiano elencati dal dizionario Zingarelli, mentre il Grande dizionario italiano dell'uso di De Mauro lo considera semplicemente un termine specialistico del diritto e della burocrazia. Insomma, quando si tratta di questioni di principio, si può solo transigere o meglio non transigere, quando si passa alle questioni di soldi o di lavoro, si può transigere o anche transare.
Io centellìno e io centèllino.
È giusto dire io centellìno con l'accento sulla i, seguendo il consiglio dello Zingarelli, o io centèllino con l'accento sulla seconda e, dando fiducia invece al De Mauro? In casi del genere, con i testi di riferimento che non danno indicazioni univoche, il parlante non sa davvero a quale santo votarsi. Storicamente, il verbo centellinare deriva dal doppio diminutivo centellìno 'piccolo sorso di una bevanda' (cento + -ello + -ino), e dunque la forma (io) centellìno è la sola coerente con l'origine della parola. Poiché il sostantivo di partenza non si adopera più, i parlanti non hanno punti di riferimento e tendono perciò ad anticipare l'accento, come accade anche con altre parole di scarsa frequenza.
Job on call e know-how.
Come regolarsi poi con gli anglicismi? Sembra che la prossima finanziaria liquidi definitivamente il famigerato job on call o lavoro a chiamata, il più perfido dei lavori precari, ma in altri casi l'eliminazione totale sarebbe impossibile. Questo libro suggerisce di accogliere gli anglicismi che passano relativamente inosservati: per esempio know-how è accettabile nell'articolo di un economista o nella relazione di un imprenditore, ma non in una frase come « mia madre dice che non ho il know-how per odiare », pronunciata qualche anno fa da Berlusconi. In quella frase c'è una sola parola inglese accanto a nove comunissime parole italiane, ma non passa certo inosservata.
Indicativo e congiuntivo.
Nella lingua parlata gli italiani di oggi preferiscono almeno tre volte su cinque l'indicativo al congiuntivo, ma è consolante che il congiuntivo domini ancora nella lingua scritta. E poi bisogna riconoscere che la frase « se sapevo venivo » è più semplice e rapida della sua parente nobile « se avessi saputo sarei venuto ».
La malalingua di Dante, Verga e Svevo.
In fatto di lingua abbiamo tutti qualche colpa da farci perdonare, e non da oggi. Il turpiloquio dilagante nei reality show e gli strafalcioni degli studenti universitari hanno precedenti antichi e illustri. Dante scandalizzò i benpensanti usando parolacce come bordello, culo, fica, merda, puttana, ruffiano. Verga dovette sopportare le critiche del lessicografo e grammatico Policarpo Petrocchi per le improprietà della sua prosa, che in realtà rispondevano a un'originale scelta di stile. Italo Svevo, triestino formatosi in un collegio tedesco, fu ossessionato per tutta la vita dall'idea di non sapere bene l'italiano.
Gay e frocio.
Nei migliori film comici e in quelli di satira sociale il linguaggio è uno strumento per scavare in un carattere o in un atteggiamento, la battuta mette in crisi certezze e luoghi comuni. In Palombella rossa Nanni Moretti schiaffeggia un'intervistatrice che usa espressioni come matrimonio a pezzi, essere fuori di testa, ambiente molto cheap. Questo gergo prefabbricato e anglicizzante spinge Moretti alla seguente riflessione: « Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste. Le parole sono importanti ». In Saturno contro di Ferzan Ozpetek l'ironico Sergio, alias Ennio Fantastichini, mette a nudo lo stereotipato conformismo di Minnie, alias Lunetta Savino, che gli aveva chiesto se fosse gay: « Gay io? No, io sono frocio. Ah, ecco. Ma non è la stessa cosa? Sì, ma io sono all'antica ».
L'errore dei potenti è migliore di quello degli umili.
L'infamia dell'errore di lingua colpisce più spesso gli umili, ma non risparmia i potenti. Mussolini si preoccupò vivamente di passare alla storia con il soprannome di Bagnasciuga, che gli era stato affibbiato per uno sfondone lessicale. Nel terribile 1943, in uno dei suoi più infausti discorsi, il dittatore aveva infatti esposto il programma di bloccare il nemico « su quella linea che i marinai chiamano del bagnasciuga ». In realtà Mussolini intendeva riferirsi alla battigia, la linea della spiaggia su cui si frangono le onde, e non al bagnasciuga, che è propriamente la linea di galleggiamento di un'imbarcazione. La differenza tra l'errore degli umili e quello dei potenti è che il secondo tende a diffondersi e quindi a perdere la sua natura di errore, passando nella categoria superiore di innovazione linguistica.
L'AUTORE
Pietro Trifone è professore di Storia della lingua italiana nell'Università di Roma Due « Tor Vergata ». Fra le sue opere più recenti: Lingua e identità. Una storia sociale delliitaliano (Carocci, 2006); Rinascimento dal basso. Il nuovo spazio del volgare tra Quattro e Cinquecento (Bulzoni, 2006); Grammatica italiana di base (con M. Palermo, Zanichelli, 2007). Con L. Serianni ha curato la grande Storia della lingua italiana (Einaudi, 1993-1994); con M. Dardano ha scritto la Nuova grammatica della lingua italiana (Zanichelli, 1997).